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martedì 8 gennaio 2013

Il blues del 2012


Questo è il blues del 2012. 
E’ il blues delle portiere rigate, delle colazioni al bar, delle gite. E’ il blues delle domeniche mattina, quelle che ti svegli presto anche se non hai la sveglia; delle parole a vuoto e di quelle vuote. E’ il blues degli amici, di quelli che rivedi in foto e di quelli che ancora vedi per un caffè o un pocket coffe. 
Il blues del 2012 è anche quello dei sorrisi, delle urla, dei baci, dei calci e delle pallonate. E’ quello dei fili tagliati; quello dei confini ormai superati e dei prati verdi in cui correre e rincorrere. Della nebbia, delle nuvole, della pioggia, della neve e del vento, in questo blues il sole lo escludo apposta. 
E’ il blues dei tortellini in brodo, delle bocce di vino, delle sedie spostate e delle posizioni perse. E’ il blues della musica, dei treni strapieni, delle sfide e delle rivincite. E’ quello delle telefonate perse, delle coincidenze e delle fondamenta. 
Questo blues è della mia scrittura, ed io lascio il 2012 così com'è. 

Bob

domenica 28 febbraio 2010

AL SUO CHIAROR

Mi sono perso tra il sorriso splendido
mi son arreso ai tuoi occhi blu luna.

Nel cielo che biasimo in un candido
velo di serena illusione; fior di luna.

Sei l'infuso di un eterna posizione lieve,
calata giù per la mia gola lentamente.

Mi porti ambulante alle strade, grave
sono, mentre mi accascio malamente

in un angolo, per cui la strada è finita.
Sono seduto dove l'anima è trascinata

Adesso da solo mi chiedo,
in che cielo, sei disegnata.

Balto

mercoledì 10 febbraio 2010

VELOCE ... VELOCE ...

Indossi delle calze bianche e ti diverti a scivolare su un parquet, costruito apposta per far scivolare le tue calze bianche. Veloce, veloce per il corridoio, per poi fermarti sulla rampa di una scala che si fa caduta in un precipizio se arrivi troppo veloce sul suo ciglio.

E' la ringhiera quella che ti aspetta subito dopo. Polso fermo e afferri la ringhiera e veloce, più veloce, lungo quell'asta che ti scivola sotto i pantaloni proprio come le calze bianche sul parquet.

Veloce, più veloce. Un pomello d'ottone mette fine alla ringhiera ma colpo di reni e via lo salti a piedi pari, stoppandoti, su quelle calze bianche che a contatto con la moquette hanno smesso di scivolare.

Le calze bianche sembrano impantanate in mezzo a quell'assurda superificie, piano, piano. Affondano piano ogni volta che alzi il piede e lo riappoggi. Piano, piano. Avanzi cercando di mantenere il tuo equilibrio. Destra giù e sinistro alzato, sinistra giù e destro alzato ... bravo ... continua ... spalla destra giù e piede sinistro alzato ... ancora, mi raccomando piano ... giù e piede sinistro alzato ...

Hai forse fatto due metri da quando hai cominciato a dar retta all'equilibrio, che già ti sei stufato ... via, via veloce, veloce ...

Rimbombano, rimbombano i passi nella soletta del pavimento, le calze bianche hanno ripreso ad andare veloci, veloci e battono a tempo sulla moquette. Aumentano veloci i passi, incrementandoli a pari passo con il battito del tuo cuore. Il respiro si fa affannato, ma non puoi mostrarlo in pubblico, devi correre veloce. Veloce, senza mai fermarti, potrebbero sentirti! Sai che i passi rimbombano sordi e solo una volta nella soletta del pavimento, e che se respiri rieccheggi nell'aria che ti procura affanno.

Sei arrivato. Davanti a te un ascensore, la porta è chiusa e i numeri, posti a lato dell'anta destra dell'ascensore, degradano lentamente, partendo dal dodici. Rimani in attesa. Le calze bianche si riposano, restano ferme sulla moquette, lasciandosi sobbalzare solo dalle ultime onde sonore derivanti dalla corsa.

Diminuiscono i piani, finalmente i piedi, anche se per poco spazio, muoveranno le calze, per poi farle roteare sui talloni e rimetterle subito in posizione di partenza, con la porta dell'ascensore che chiude il sipario, mentre le dita dei piedi s'inchinano alla folla, muovendo le punte delle calze, partite bianche e già sporche.

Bob

giovedì 21 gennaio 2010

IL CAMBIO DI GUARDIA

Ti saluto.

E' stato bello, davvero.
Non sono bravo nei saluti, figuriamoci negli addii.

Però, ricordo come ci siamo conosciuti.
Pioveva, io giravo per le vie della città e avevo appena rotto con quello di prima. Si era stufato della vita che conducevamo e così, senza pensarci su troppo, un giorno decise di non chiamare più, lasciandomi solo.

Camminavo a testa bassa, pensavo e ripensavo a cosa mi avesse separato da lui, quando vidi te.
Ci stringemmo la mano e ci presentammo, saltando i convenevoli ed elencandoci le nostre esigenze, le aspettative e la speranza di non dividerci troppo presto, ma di lasciarci quando uno dei due si sarebbe sentito stanco.

Ne abbiamo fatte di cose ... viaggi, scherzi, litigi e botte ... ci siamo rispettivamente ricomposti quando cadevamo e ricaricati quando era il momento e le sveglie suonavano alla stessa ora per entrambi.

Ti ho presentato alla mia gente e tu ti sei sforzato di ricordarla tutta ... io non ci sarei riuscito.

Sai, mi fa ancora strano, sono passati pochi giorni, ma non riesco ad abituarmi.
Quello nuovo ha molte più cose di te.
Sa fare molte cose, alcune manco le immagini, ma non è te ...

Adesso stai con i miei vecchi amici, Citofono ti farà da guida e ti presenterà agli altri componenti del gruppo, non sono molti, ma tutti di nobile passato e, se ci fossero dei problemi, dì pure che ti mando io.
Ti troverai bene ... ne sono sicuro.

Caro Samsung, ora ti saluto, nell'altra stanza, il mio nuovo cellulare mi sta chiamando.

Sempre tuo.

Bob

domenica 4 ottobre 2009

RIEMERGO

Riemergo, e sono in un angolo nella sala riscaldata, con la tempia appoggiata al freddo del vetro alla mia sinistra. Al tavolo davanti al mio, due signori discutono su quanto zucchero versare nei loro espresso, mentre mangiano aringhe affumicate attraverso i lunghi baffi. È mattina presto, con l’aria assonnata, famiglie affaccendate tra i tavoli del bar, adattano al menu offerto le proprie abitudini in fatto di colazione.
Sono seduto con la mia tazza di caffè in mano. Scotta a tal punto che devo appoggiarla sulla breve mensola dell’enorme finestrino della nave. La borsa di eco-pelle verde, appoggiata sul tessuto blu della poltrona accanto alla mia, crea un interessante miscuglio cromatico che sa di mare. Penso che più si sale verso nord, più la gente è convinta che ciò che non è sul punto di bollire, è quasi freddo.
Guardo fuori continuamente: mi sforzo di trovare, a pochi metri da me, qualche increspatura sulle piccole onde, testimonianza di un acquatico sociale che voglia giocare con noi, seguire la scia che lasciamo. La voglia di caffè e soprattutto la necessità di caffeina mi spingono a controllare ancora la temperatura della tazza di plastica: decisamente troppo caldo ancora, e che palle..
Allora mi tuffo, attraverso il finestrino, vestito come sono, a tutta velocità come un razzo, spezzando in due la superficie dell’acqua, interrompendo il moto perpetuo delle onde.
Voci ovattate da su mi ricordano che sono uomo e non pesce, forse qualcuno sta urlando: “uomo in mare!”, come nei film, ma in una lingua che non conosco. Oppure la distanza è già troppa, e le parole semplicemente mi suonano indistinguibili. Come l’immagine della prima automobile davanti a me, quando, immerso nella nebbia densa come latte, torno a casa, la sera.
Man mano che scendo, il mio mondo fluido diventa più scuro e cambia tonalità, dal blu al verde, ma i contorni delle cose si snebbiano e si stabilizzano, mentre i miei occhi si abituano all’oscurità e il respiro si fa regolare e calmo.
Zitto zitto, nascondendomi da quelli più grossi, piano piano mi avvicino ai pesci più piccoli. Colorati di giallo e rosso, nuotano a stretto contatto fisico tra loro, in questi branchi enormi. È una immensa parete colorata in movimento e io non riesco a pensare a nient’altro. Entro nella parete e faccio numero, nuoto con loro. Come se fossi un altro di questi minuscoli pesci fantastici, ma appena più goffo e lento.
Vedo me stesso per come sono e mi guardo dall’esterno. Suono per me una canzone, nella mia testa, non una melodia nota, ma mia, e per me, adesso e ora. Una cosa tipo pink floyd o lamb, tranquilla e a tratti soffice, ma con un agrodolce dato da un poco di elettronica, e sotto un lungo brano appena psichedelico che ritorna, ciclico.
Ma prima di dimenticarmi devo prenderla.
Cerco a tentoni nella borsa, e afferro ciò che cerco. Ho gli occhi chiusi, ma immagino che la mia piccola pillola rossa starebbe proprio bene in mezzo ai pesciolini. Cromaticamente parlando, s’intende.
Per mandarla giù bevo un sorso dalla tazza, adesso sono tranquillo. Ma mi brucio la lingua e le mie branchie ritornano polmoni.

Paradiso

mercoledì 16 settembre 2009

UN GANGSTER AL BANCONE

Mi chiedi di credere nelle sfumature di questo mondo e io a sto giro, magari, voglio ascoltarti. Però. Prima che tu inizi a narrarmi quali sventure hanno azzannato e rimpolpato allo stesso tempo il tuo passato, portandoti nel momento in cui me lo stai per raccontare. Prima che tu inizi a renderti conto di star ripetendo, per l’ennesima volta, la storia della tua vita, in modo meccanico. Prima che ti renda conto che solo gli accadimenti del passato recente sono quelli ancora in fase di revisione e che, quindi, hanno bisogno di avere un riscontro con un pubblico esterno, conosciuto o sconosciuto. So che ti affascina farti ospitare nell’auditorio di uno straniero e sai come farti apprezzare in quelli di chi già ti ha ascoltato. Comunque. Prima che tu scelga la frase con cui iniziare, pescandola dall’urna delle frasi fatte: “Sai … Una volta … Mi è successo che … Capita sai.” Prima che tu prenda respiro ed inizi a sillabare la prima parola di una di quelle frasi che ti dicevo prima. Prima che io cominciassi a dire prima. Prima guardati attorno. È vuoto. Stanca e nervosa l’ unica persona che, oltre a me, incrocia il tuo teso ad esplodere animo. Prima che tu ti senta parte del popolo della notte. Rispondi alla mia domanda: Hai con te un orologio? Franck porta sempre con sé un orologio. Lui è sempre puntuale sul posto di lavoro. Io non lo porto. Abito nell’appartamento qua sopra. Quindi. Prima che io chieda a Franck di dirmi l’ora e lui mi risponda che si sono fatte le quattro di mattina. Esci dal mio locale. Non vedi!? Non c’è più nessuno ormai da due ore, oltre a te, a me e al cameriere. Franck, il cameriere, aspetta solo un mio cenno per buttarti fuori. Diventa nervoso quando ci sono i tira tardi sbronzo-menosi, specialmente se è stanco. Sai, se tu fossi un tira tardi sbronzo divertente sarebbe diverso. Tu ci offriresti da bere e intanto racconteresti qualche tua disavventura. Franck, forse, si sbottonerebbe e ti racconterebbe di quanto sono stati duri quegli anni in galera. Sicuramente, chiuderesti con noi il locale e, magari, se ti giocassi bene le tue carte, ci scapperebbe anche un proseguo della serata. Ma. Tu sei un tira tardi sbronzo-menoso e quindi nessuno ha voglia di starti a sentire. Né io, né Franck. Ne ho visti tanti che come te iniziavano con un “Sai … Una volta … Mi è successo che …”per poi finire in lacrime ubriachi marci al mio bancone, dopo due ore di ricordi intervallati da singhiozzi. Ci sono le sere in cui abbiamo voglia di ascoltare, ma, come ti dicevo prima, il mio cameriere è stanco e s’ innervosisce facilmente con gli sbronzi-menosi. Ti stai chiedendo qual' è la morale di questa storia? Finisci il tuo drink e alzati,questa è la morale. Non dimenticando di lasciare una bella mancia a Franck … prima che decida di prenderti a calci fuori dal mio locale.

Bob

domenica 2 agosto 2009

Non rompere il jazz ...


Pensate a quante parole entrano nelle vostre orecchie.
Verbi,nomi,apposizioni,avversativi …
Vorrei focalizzare la mia attenzione e solleticare la vostra su quelle che “entrano da un orecchio ed esco dall’altro”.
Riflettevo l’altro giorno sul viaggio che queste percorrono e cosa incontrano nel loro tragitto.
Considerando il corpo umano una macchina perfetta, sono giunto alla conclusione che vi sia una sorta di autostrada collegante un orecchio all’altro riservata esclusivamente alla loro circolazione.
Due corsie di percorrenza: una per quelle che entrano a sinistra ed escono a destra e una per la direzione opposta.
Viene considerato un viaggio già affrontato, una cosa che ti scivola addosso, quello di queste parole.
Pensate però, se ci fossero delle complicazioni, che ne so, un avaria al sistema dei freni o un surriscaldamento della testata del motore, i verbi dovrebbero accostare e controllare il problema.

Ecco perché sono state posizionate due vie di fuga sul nostro volto, per prevenire ed evitare spiacevoli inconvenienti di qualunque tipo.
Anche i meno attenti alla lettura avranno capito che sto parlando del naso e della bocca.
Vediamo quali sono le nostre reazioni in base alla sosta scelta dalle parole.
Se si fermassero alla prima uscita che ho citato, esse provocherebbero uno sbuffo dal naso davanti all’ interlocutore, una sciocchezza, giusto pochi minuti dal meccanico e via. Ne abbiamo ancora di chilometri da fare prima di fondere del tutto.
Pensate però, se queste parole facessero saltare totalmente i pistoni del vostro motore.
L’uscita consigliata è quella della bocca, un semplice sbuffare non è sufficiente a riparare il danno.
Quindi, che faccia farebbe l interlocutore se dalla vostra bocca uscisse un sonoro flusso di parole, rispondenti al coro: “ non devi rompere il jazz!!!”, ed entrasse nelle sue di orecchie, quale sarebbe la sua reazione?
A voi è capitato?
La teoria recita: “ da quel momento in poi non esisteranno più parole che “entrano ed escono dalle orecchie”, ma solo silenzio per chi parlava e sfogo per chi ascoltava”.
Teoria logica che non fa una piega, quando si rompe il motore … si rompe il motore.
Nonostante ciò, esistono al mondo alcuni interlocutori che considerano la frase “non devi rompere il jazz!!!” solo un gruppo di parole che entrano da un orecchio ed escono dall’altro e vanno avanti a parlare.
Diffidate di queste persone , ma soprattutto non prestate orecchio a loro, non ve lo ridaranno più.

Bob

giovedì 30 aprile 2009

Tutta la polvere che vuoi...

Un andirivieni incessante, prendi una strada, che ti sembra quella giusta: hai tutto: eppure una voce, trasformata in leggerissimo pulviscolo, ti richiama da lontano. Hai tutto: stai bene così non cerchi nient’altro di quello che ogni giorno ti dà. Mi bruciano gli occhi, a volte lacrimano un po’; ma non mi interessa (so che è quel leggerissimo pulviscolo): la freschezza dell’avere tutto è sufficiente a continuare a battere il ritmo del respiro. Maledetta polvere! Si annida ovunque, la vedi come nebbia nei pensieri solitari del passaggio al sonno - e la continui a rinnegare. Poi, il risveglio porta una nuova opportunità: il ritmo del respiro non ha più gli stessi battiti di ieri, quello che posso fare oggi si è comunque svelato, nonostante io abbia rinchiuso finora quella voce in una gabbia di vetro trasparente. Magneticamente calamitata verso quello che qualcuno chiama ‘destino’, insomma: fino a quando resisterò ancora? Fino a quando mi basterà il mio avere tutto di oggi, se quella scatola trasparente mi fa vedere che posso avere tanto altro ancora di quello che ho sempre grandemente desiderato? O è solo un capriccio - che alla fine la vita è tutto un capriccio; ma quando assaggi la caramella per cui caragnavi, sei felice no?!


Manu