Mi sono perso tra il sorriso splendido
mi son arreso ai tuoi occhi blu luna.
Nel cielo che biasimo in un candido
velo di serena illusione; fior di luna.
Sei l'infuso di un eterna posizione lieve,
calata giù per la mia gola lentamente.
Mi porti ambulante alle strade, grave
sono, mentre mi accascio malamente
in un angolo, per cui la strada è finita.
Sono seduto dove l'anima è trascinata
Adesso da solo mi chiedo,
in che cielo, sei disegnata.
Balto
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domenica 28 febbraio 2010
giovedì 5 novembre 2009
SCARPETTA E I FRATELLI MOCASSINI
Tutti conoscono la storia di Cenerentola e di come, aiutata dalla dea bendata, sia riuscita a trovare il suo principe azzurro.
In pochi conoscono le disavventure della povera e indifesa calzatura di Cenerentola, io l'ho ascoltata da una vecchia scarpa da ginnastica, incrociata in una lontana terra.
Questo è il suo racconto.
Anche questa, proprio come l'altra, inizia nello stesso modo.
C'era una volta ...
C'era una volta, in una lontana terra, un re buono e bravo, preoccupato di trovare una degna moglie, fra le figlie dei colleghi degli altri regni, a quel matto scapolo che era suo figlio.
Organizzò a palazzo un ballo, proprio come quello delle fiabe con tanto di orchestra, salone illuminato da splendenti e luccicanti lampadari di cristallo, scrupolosa e rigorosa selezione dei migliori vini, solo invitati appartenenti alle migliore caste dei nobili di tutti i regni, quella era la festa migliore di tutti i tempi.
La musica di archi e flauti si muoveva fluida fra il rosso dell'imbarazzo del principe causato dalle amorevoli attenzioni delle pretendenti e il verde degli occhi del padre, esaltato com'era nell'ascoltare la dote che ogni capofamiglia prometteva in sposa insieme alla figlia.
Tutto andava secondo i piani, poi l'inaspettato.
Fra gli invitati si era intrufolata una donzella, nobile di sangue e maltrattata dalla vita nel suo stesso castello.
Con lei c'era Scarpetta, appaiata sempre con quella che era la sua parte sinistra, insieme catturarono l'attenzione del principe.
Danzarono. Danzarono ancora. Danzarono al centro del salone fra gli occhi di tutti i presenti.
La musica ora dava il ritmo a Scarpetta e a sua sorella, loro ballavano incuranti di tutto, rapite com'erano dai tacchi dei fratelli Mocassini del principe. Fu colpo di fulmine, anche per loro.
Ma, ricordate come erano gli accordi fra la fata turchina e Cenerentola?
Venne la mezzanotte e le sorelle Scarpetta dovettero smettere di danzare e iniziare a correre verso la carrozza zuccata.
Scarpetta perse terreno rispetto alle sue compagne di fuga fino a cadere dalla corsa e addormentarsi esausta su un gradino.
Al suo risveglio si ritrovò in un grosso baule, circondata da un sacco di altri oggetti.
Aveva paura Scarpetta, specialmente di quel vecchio cilindro con una carta sistemata nella fascia che lo avvolgeva.
Non rimase molto tempo in quella che era diventata una prigione per lei, fortunatamente il baule venne aperto e, una volta alla luce del sole, riconobbe gli stessi Mocassini che avevano danzato con lei e sua sorella la sera prima.
Era più tranquilla Scarpetta e più ascoltava il piano del principe, più si rasserenava e l'idea di ritrovare la strada di casa prendeva vita e si trasformava in certezza.
Intrapresero un lungo viaggio, tutti cercavano qualcosa: il principe cercava la sua principessa, Scarpetta sua sorella e i fratelli Mocassini cercavano la forza per essere coraggiosi e pazienti, visto che il peso della missione era tutto sulle loro spalle.
Condivisero illusioni, delusioni, disgusto, speranza, freddo e caldo e tutti gli imprevisti che una missione così impegnativa porta con sè.
Avevavno perso ogni speranza, poi ...
Sapete come sono andate le cose d'ora in poi, Cenerentola ritrova il suo principe azzurro e Scarpetta sua sorella.
Appena tornati a palazzo, gli innamorati celebrarono subito le nozze e Cenerentola venne accolta come una figlia nel castello del re .
Le sorelle Scarpetta sposarono i fratelli Mocassini, misero su famiglia e i loro figli Sandali cominciarono a correre liberi per i giardini del castello ai piedi di quel piccolo erede, che appena nato divenne subito cocco del re nonno e vissero tutti felici e contenti.
Fine.
Bob
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domenica 4 ottobre 2009
RIEMERGO
Riemergo, e sono in un angolo nella sala riscaldata, con la tempia appoggiata al freddo del vetro alla mia sinistra. Al tavolo davanti al mio, due signori discutono su quanto zucchero versare nei loro espresso, mentre mangiano aringhe affumicate attraverso i lunghi baffi. È mattina presto, con l’aria assonnata, famiglie affaccendate tra i tavoli del bar, adattano al menu offerto le proprie abitudini in fatto di colazione.
Sono seduto con la mia tazza di caffè in mano. Scotta a tal punto che devo appoggiarla sulla breve mensola dell’enorme finestrino della nave. La borsa di eco-pelle verde, appoggiata sul tessuto blu della poltrona accanto alla mia, crea un interessante miscuglio cromatico che sa di mare. Penso che più si sale verso nord, più la gente è convinta che ciò che non è sul punto di bollire, è quasi freddo.
Guardo fuori continuamente: mi sforzo di trovare, a pochi metri da me, qualche increspatura sulle piccole onde, testimonianza di un acquatico sociale che voglia giocare con noi, seguire la scia che lasciamo. La voglia di caffè e soprattutto la necessità di caffeina mi spingono a controllare ancora la temperatura della tazza di plastica: decisamente troppo caldo ancora, e che palle..
Allora mi tuffo, attraverso il finestrino, vestito come sono, a tutta velocità come un razzo, spezzando in due la superficie dell’acqua, interrompendo il moto perpetuo delle onde.
Voci ovattate da su mi ricordano che sono uomo e non pesce, forse qualcuno sta urlando: “uomo in mare!”, come nei film, ma in una lingua che non conosco. Oppure la distanza è già troppa, e le parole semplicemente mi suonano indistinguibili. Come l’immagine della prima automobile davanti a me, quando, immerso nella nebbia densa come latte, torno a casa, la sera.
Man mano che scendo, il mio mondo fluido diventa più scuro e cambia tonalità, dal blu al verde, ma i contorni delle cose si snebbiano e si stabilizzano, mentre i miei occhi si abituano all’oscurità e il respiro si fa regolare e calmo.
Zitto zitto, nascondendomi da quelli più grossi, piano piano mi avvicino ai pesci più piccoli. Colorati di giallo e rosso, nuotano a stretto contatto fisico tra loro, in questi branchi enormi. È una immensa parete colorata in movimento e io non riesco a pensare a nient’altro. Entro nella parete e faccio numero, nuoto con loro. Come se fossi un altro di questi minuscoli pesci fantastici, ma appena più goffo e lento.
Vedo me stesso per come sono e mi guardo dall’esterno. Suono per me una canzone, nella mia testa, non una melodia nota, ma mia, e per me, adesso e ora. Una cosa tipo pink floyd o lamb, tranquilla e a tratti soffice, ma con un agrodolce dato da un poco di elettronica, e sotto un lungo brano appena psichedelico che ritorna, ciclico.
Ma prima di dimenticarmi devo prenderla.
Cerco a tentoni nella borsa, e afferro ciò che cerco. Ho gli occhi chiusi, ma immagino che la mia piccola pillola rossa starebbe proprio bene in mezzo ai pesciolini. Cromaticamente parlando, s’intende.
Per mandarla giù bevo un sorso dalla tazza, adesso sono tranquillo. Ma mi brucio la lingua e le mie branchie ritornano polmoni.
Paradiso
Sono seduto con la mia tazza di caffè in mano. Scotta a tal punto che devo appoggiarla sulla breve mensola dell’enorme finestrino della nave. La borsa di eco-pelle verde, appoggiata sul tessuto blu della poltrona accanto alla mia, crea un interessante miscuglio cromatico che sa di mare. Penso che più si sale verso nord, più la gente è convinta che ciò che non è sul punto di bollire, è quasi freddo.
Guardo fuori continuamente: mi sforzo di trovare, a pochi metri da me, qualche increspatura sulle piccole onde, testimonianza di un acquatico sociale che voglia giocare con noi, seguire la scia che lasciamo. La voglia di caffè e soprattutto la necessità di caffeina mi spingono a controllare ancora la temperatura della tazza di plastica: decisamente troppo caldo ancora, e che palle..
Allora mi tuffo, attraverso il finestrino, vestito come sono, a tutta velocità come un razzo, spezzando in due la superficie dell’acqua, interrompendo il moto perpetuo delle onde.
Voci ovattate da su mi ricordano che sono uomo e non pesce, forse qualcuno sta urlando: “uomo in mare!”, come nei film, ma in una lingua che non conosco. Oppure la distanza è già troppa, e le parole semplicemente mi suonano indistinguibili. Come l’immagine della prima automobile davanti a me, quando, immerso nella nebbia densa come latte, torno a casa, la sera.
Man mano che scendo, il mio mondo fluido diventa più scuro e cambia tonalità, dal blu al verde, ma i contorni delle cose si snebbiano e si stabilizzano, mentre i miei occhi si abituano all’oscurità e il respiro si fa regolare e calmo.
Zitto zitto, nascondendomi da quelli più grossi, piano piano mi avvicino ai pesci più piccoli. Colorati di giallo e rosso, nuotano a stretto contatto fisico tra loro, in questi branchi enormi. È una immensa parete colorata in movimento e io non riesco a pensare a nient’altro. Entro nella parete e faccio numero, nuoto con loro. Come se fossi un altro di questi minuscoli pesci fantastici, ma appena più goffo e lento.
Vedo me stesso per come sono e mi guardo dall’esterno. Suono per me una canzone, nella mia testa, non una melodia nota, ma mia, e per me, adesso e ora. Una cosa tipo pink floyd o lamb, tranquilla e a tratti soffice, ma con un agrodolce dato da un poco di elettronica, e sotto un lungo brano appena psichedelico che ritorna, ciclico.
Ma prima di dimenticarmi devo prenderla.
Cerco a tentoni nella borsa, e afferro ciò che cerco. Ho gli occhi chiusi, ma immagino che la mia piccola pillola rossa starebbe proprio bene in mezzo ai pesciolini. Cromaticamente parlando, s’intende.
Per mandarla giù bevo un sorso dalla tazza, adesso sono tranquillo. Ma mi brucio la lingua e le mie branchie ritornano polmoni.
Paradiso
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